domenica 24 settembre 2017
24.10.2014 - Redazione

Reportage: un architetto di Ventimiglia innalza il "Rifugio del futuro" sul Monte Bianco

Luca Gentilcore, architetto ventimigliese, ha concepito una struttura all'avanguardia a quasi tre mila metri d'altezza: un rifugio reversibile e realizzato con materiali ecologici e riciclabili

Un ambiente estremo, uno spettacolare scenario del Monte Bianco, e un rifugio di nuova generazione elitrasportato posto come un cannocchiale a sbalzo su un picco roccioso a 2.835 metri di altitudine. “Reversibile” e realizzato con materiali ecologici e riciclabili, è concepito per resistere alle forti sollecitazioni delle alte quote pur essendo appoggiato “in punta di piedi” sulla roccia. Un’idea che per sue caratteristiche è balzata in poco tempo all’attenzione della stampa anche specializzata.

Si tratta del nuovo bivacco alpino Giusto Gervasutti che è stato installato lo scorso ottobre –ed è stato inaugurato sul ghiacciaio del Freboudze, sotto la parte est del Grandes Jorasses, ed è stato ideato da due architetti, di cui uno è ventimigliese.

E’ Luca Gentilcore che, insieme al collega di Torino Stefano Testa, ha concepito questa struttura all’avanguardia che porta in sé scienza ed innovazione, tecnologie applicate all’architettura e che normalmente appartengono ad altri campi come la nautica e l’aeronautica, senza trascurare il rispetto dell’ambiente in equilibrio con le esigenze umane.

Ed è direttamente a Gentilcore –che dopo aver frequentato le elementari, le medie e il liceo scientifico nella città di confine si è iscritto alla facoltà di Architettura a Torino, dove si è poi laureato nel 2004 e dove ha iniziato ad esercitare la professione- che incontriamo a Ventimiglia per saperne di più su questa tipologia di struttura che si chiama Leap (Living Ecological Alpine Pod) ed è stata realizzata per il Cai di Torino.

“E’ un bivacco alpino prefabbricato, un rifugio non gestito, e quindi è un punto di appoggio per gli escursionisti che vanno a fare le arrampicate sul Monte Bianco” spiega Gentilcore. “La cosa innovativa di questo rifugio è la leggerezza e la reversibilità”. “Oggi le operazioni di montaggio in alta montagna vengono fatte con l’elicottero. Perciò noi abbiamo cercato di ottimizzare al massimo i voli di elicottero fino ad arrivare ad una giornata di montaggio”. La struttura è composta da moduli che, dopo un primo trasporto su camioncino, possono essere portati uno ad uno ad alta quota con l’elicottero. Il tutto: “Si monta a secco, senza cemento e tramite sei ancoraggi nella roccia evitando così l’allestimento di un cantiere in montagna, che a quelle quote sarebbe molto costoso e molto impattante sulla natura”.

C’è poi tutta la serie di componenti interne e relative all’involucro, semplici e complesse insieme, che assicurano eco-sostenibilità, sicurezza, confort, e quelle che danno la possibilità alla struttura di essere riproducibile anche sotto diverse configurazioni, che possono andare dal semplice modulo a degli abitacoli più complessi.

Un progetto che in poco più di due mesi ha già richiamato l’attenzione di quotidiani e di riviste anche note e specializzate nel settore che gli hanno dedicato intere pagine, e il suo eco è già rimbalzato da una parte all’altra del mondo.

“La struttura non cerca di imitare la natura, piuttosto dichiara la sua estraneità” anche per la sua “temporaneità” che le permette di essere rimossa dall’ambiente senza lasciare tracce indelebili della sua permanenza.

Un’idea che quindi ha in sé anche una componente filosofica sulla bellezza pura che, non offesa ma anzi esaltata, accoglie per questo l’uomo offrendogli i suoi preziosi tesori.

 

Lorella Gavazzi 

 

 

 

 

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